Testo Critico

SETTE

 

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto”

Peter Drucker

 

Dodici oggetti, per la maggior parte armi, di cui sette spade. Opere effimere, variopinte e vivaci, esemplificate dalla potenza simbolica di un numero primo, il ‘sette’, dal carattere sacrale e in stretta connessione ai fenomeni astrali. Un numero dalle proprietà aritmetiche, il più diffuso nelle varie religioni e civiltà del mondo, figurazione metaforica del cosmo, della perfezione, della totalità e di tutto lo spettro visibile. Ma, soprattutto, simbolo delle virtù teologali e cardinali umane e, in ultimo, di quelle arti liberali capaci, attraverso i secoli, di elevare l’uomo nei campi più svariati: dalla grammatica alla retorica, fino alla musica, alla dialettica, all’astronomia, alla geometria e all’aritmetica.

 

Racchiuse entro il carattere universale del numero ‘sette’, le opere di Marco Ercoli costituiscono un invito alla riflessione sulla odierna condizione dell’essere umano, oggi più che mai violentato dagli anatemi televisivi, dalle illusioni pubblicitarie. Dalla menzogna estetica e comunicativa che confonde il necessario con il superfluo, il giusto con l’interesse del singolo, la certezza con l’incertezza, e che riduce il complesso al semplice, nella totale assenza di orizzonti sicuri ed esperibili. Quell’uomo contemporaneo, così imperfetto e divino insieme, il funambolo per eccellenza, precario, in costante e sottile equilibrio, alla ricerca di un orientamento etico. L’homo faber, schiacciato dai media e della tecnologia, frustrato, appiattito e smarrito nella attuale civiltà dei consumi, dove essere ed esistere diventano spesso sinonimi di ‘possedere’ e il tempo viene ridotto a un mero contenitore da riempire. Quell’uomo che però, nonostante tutto, è ancora in grado di sorprendere e superare i propri limiti attraverso la sua creatività, lo sforzo fisico e la fatica, il lavoro e la dedizione espressi nella ricerca di uno scopo reale e tangibile.

 

Tale riflessione, nel lavoro di Marco Ercoli, è posta attraverso la forza visiva dell’iconografia dell’arma, esasperata dalla potenza del colore che ‘costruisce’ l’oggetto fisico. Le giustapposizioni cromatiche, che richiamano l’iride, intendono rovesciare, scardinare, i contenuti impliciti che l’arma stessa incarna nel pensiero comune. Né pitture né sculture, questi oggetti nascono proprio nell’ossimoro, nell’antitesi. Ogni pistola, mina o spada, viene scaricata, letteralmente disinnescata e resa innocua, dal pigmento e dalla policromia. Dall’avvicendarsi dei colori primari e complementari del rosso, dell’arancio, del giallo, del verde, del blu, dell’indaco e del viola. Colori cangianti, iridescenti, che concorrono alla determinazione di manufatti all’apparenza ludici, giocosi e ironici. Ma figli, paradossalmente, di un linguaggio imperniato sulla ‘meditazione’, intesa come separazione dal pletorico bombardamento mediatico cui siamo abituati, che si traduce sovente in una sorta di horror vacui dei luoghi e degli spazi.

 

In questo senso ‘Sette’ è, in effetti, manifestazione di un messaggio forte, diretto e collettivo, teso a generare domande e instillare dubbi e traducibile in un eloquio figurativo improntato alla realtà. Quest’ultima viene immortalata da un occhio esterno, una sorta di Deus ex machina lontano e universale, e passa per una spiritualità che trascende il tradizionale sentimento religioso per sposare, piuttosto, la culture e le filosofie orientali, come quella nipponica, cui Marco Ercoli è evidentemente legato. Una mistica fondata sul profondo rispetto per la natura, concepita come un insieme di forze ed entità. Nelle opere in mostra, il legame con la religione scintoista del Giappone è particolarmente visibile nei richiami iconografici delle spade che ricordano da vicino le katane, armi a lama curva utilizzate dai samurai. Delle vere e proprie divinità (kami), secondo il pensiero orientale, in grado di infondere la vita o, al contrario, di toglierla. Come un fabbro, Marco Ercoli modella le sue effimere spade di carta portando avanti una sorta di pratica ascetica contermine a quella dei monaci di montagna che forgiano le loro katane, avviando un percorso catartico, fondato su una spiritualità laica come sul febbrile desiderio di manipolare materiali eterocliti ed eterogenei.

 

Realizzati con minuziosi ritagli di carta policromi, gli oggetti di Marco Ercoli nascono, inoltre, dalla manipolazione dei post-it, quei fogliettini adesivi che la gente comune utilizza per appuntare un pensiero, un concetto, o semplicemente per ‘non dimenticare’. Sono generati da uno strumento appositamente creato per comunicare e assolvono questo delicato compito senza tradire il loro carattere estetico, costruito sull’armonia. Ogni oggetto di carta è determinato, in effetti, dall’accostamento euritmico di più elementi: similmente alla letteratura, ogni singolo vocabolo, ogni frammento di carta interagisce con l’altro e concorre a definire un’unità nel suo senso più globale, e non pedissequamente letterale, del linguaggio esperito. Si costruisce, in questo modo, un connubio indissolubile tra etica ed estetica, tra forma e contenuto, laddove la forma diviene la manifestazione più compiuta di un concetto, è pura comunicazione di un’idea, rivoluzione nel visibile di un pensiero invisibile. La scelta di un soggetto figurativo – una spada, una pistola o un esplosivo – il cui tradizionale significato è universalmente conosciuto e associato alla violenza, rende il messaggio comunicato, in completa dissonanza con l’oggetto esposto, ancora più forte e diretto attraverso il rapporto dicotomico tra forma e contenuto, tra significante e significato. Se la forma ci introduce il tema della brutalità umana, il modo in cui essa viene riempita, i colori scelti per realizzarla e decorarla, inviano un messaggio completamente diverso, creano un effetto di straniamento: in altre parole, svuotano il significante del suo originario significato. L’oggetto è così risemantizzato, caricato di nuovi contenuti, spesso ambivalenti e volutamente lasciati aperti alla libera interpretazione del fruitore. La ‘sordità’ dell’arma trasforma l’arma stessa in un oggetto parlante, che interroga il pubblico sulla natura dell’opera e sul reale significato che essa assume nella nostra società. L’oggetto diventa così, paradossalmente, un potente dispositivo per comunicare, in un mondo essenzialmente incapace di farlo appieno, se non nelle forme tecnologiche ‘smart’ e ‘social’, non di rado superficiali, degli anni Duemila. In effetti, le sette spade di carta, come le spade di Damocle, ci mettono in guardia dal pericolo incombente insito nella manipolazione dei linguaggi da parte della collettività, pericoli già presagiti dal ‘Grande Fratello’ di George Orwell. Ci interrogano su una società ‘del futuro’ (il nostro?) fondata sui principi di una dottrina totalitaria, che consente a chi detiene il potere di attuare un controllo diretto sui cittadini attraverso i media e la comunicazione. Un controllo fisico, affidato agli schermi o i teleschermi, alle telecamere piazzate ovunque, ai social network, ai mezzi di informazione manipolati e sfruttati dalla propaganda, alla falsificazione delle informazioni trasmesse, alla mistificazione del linguaggio da parte dell’informazione politicizzata. Al rifiuto di una realtà oggettiva, cui si preferisce la costruzione di una dimensione irreale, virtuale, con l’esaltazione di ‘guerre’ e imprese vinte trionfalmente contro vari nemici, e forse mai realmente combattute.

 

Senza fornire delle risposte certe e univoche, le opere di Marco Ercoli ci stanno domandando se la realtà sia davvero come la vediamo o se sia, piuttosto, il risultato di sovrastrutture mentali. Ci stanno chiedendo, altresì, se la ‘salvezza’ dalle atrocità del mondo, dalla guerra e dalla violenza, non passi proprio per la comunicazione, per il linguaggio delle immagini, per quelle parole su carta che appuntiamo sui post-it. E se la palingenesi umana non avvenga attraverso la capacità di ascoltare e comprendere ‘il nemico’, ciò che è diverso da noi, considerando le nostre ‘facoltà cognitive e valutative’ il più grande strumento di auto-salvazione dell’essere umano. Ecco che la carta, abitualmente utilizzata per scrivere, si trasforma, in ‘Sette’, nella più potente delle armi: la parola. Gli oggetti diventano dispositivi potenti e ambigui, spesso ‘a doppio taglio’, ma comunque in grado di canalizzare lo sguardo dello spettatore verso la ‘via di fuga’, la possibilità di ‘rigenerazione’, il piccolo ‘orecchio’ pensato per udire e comprendere il frastuono silenzioso delle armi stesse. In un gioco capzioso tra realtà e finzione, tra ciò che vorremmo fossero e ciò che in verità incarnano, le finte armi policrome di Marco Ercoli stanno lì, sospese in aria, adagiate ai margini dello spazio della galleria. Esse interagiscono ironicamente con i loro fruitori, manifestando in pieno quel rapporto, straniante e dicotomico, tra forma e contenuto, tra ciò che descrivono e quel che sono: in fondo, niente di più che oggetti di carta, colorati e transitori, nati dal lavoro incessante, paziente, ‘certosino’ del loro creatore. E, proprio per questo, metafora visiva del significato universale del numero ‘Sette’ cui, tra l’altro, vanno ricondotte le più virtuose capacità umane.

 

Serena Di Giovanni

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